Maria Grazia Tonetto recensisce Il fuoco dello sguardo di Berger

Berger nella lettura di Maria Grazia Tonetto:
John Berger, Il fuoco dello sguardo, a cura di Riccardo Duranti, Coazinzola Press, Mompeo 2015, ISBN: 9788890874680 (paperback), € 18

“Near the fort of the illegible”/“vicino alla fortezza dell’illegibile”, è dove la poesia di Berger ha inizio e fine, in quella terra di nessuno in cui ogni sillaba con il silenzio deve essere patteggiata, guadagnata alla fortezza sotto assedio.
Il rapporto con il silenzio, con la cancellatura, è fondativo di questa parola fatta di versi cauti (“cautious lines”) e di giri circospetti. Non perché essa si accontenti di essere inesatta o approssimativa, ma perché ciò che intende afferrare è così delicato che ogni tono di poco più netto ne segnerebbe la scomparsa, la fuga. È la “cosa tremante e quasi muta” di cui Berger parlava a proposito della traduzione: il cuore infante della poesia. Questi versi ne preparano fugaci apparizioni

: c’è “Il non detto”, che brilla in negativo da quanto il poeta stesso mette nero su bianco nell’omonima poesia; la cancellatura di “Penna matita e una gomma”, in cui la maturità diventa sommessa accettazione dell’inconclusività dei propri stadi, simboleggiata da quella gomma fattasi strumento di vita quotidiana; vi è ciò che è svanito o sta per svanire, con la traccia dolorosa che ha già lasciato o dovrà lasciare, come “il sale sulla carne” di “Neve”. Sono gli emigranti, trasformatisi essi stessi in assenza o che hanno l’assenza nel cuore; oppure i morti, che lasciano dietro di sé le scarpe perché i vivi continuino a seguirli.
È dunque una parola, quella di Berger, che emerge da una dialettica costante con il suo negativo e con esso coesiste, rischiarando della sua parte sonora le tenebre del mai raccontato. La poesia, in questo senso, è anche luce sul buio della Storia. Ed ecco allora componimenti come “History”, in cui il tempo è la forza “che intasca il tordo” silenziandone il racconto, che toccherà invece al poeta testimoniare. O “Mostar” che testimonia di oggetti e di un fare che fu, ma che ora, assente, rende i primi disumani e desolati; o la splendida “Napalm”, in cui la scrittura poetica si costituisce come grido alternativo alla rappresentazione ufficiale della guerra, che essa intende sbugiardare chiedendo a Madre Lingua la giustizia. Ma soprattutto, come ne “I partigiani di Cerignano”, la poesia che sconfessa l’impostura della Storia e fa parlare i suoi silenzi è l’impossibile e pacifica luce da tutte le direzioni che fa avvenire “l’atteso”, e lo fa nel suo racconto sotto voce: di uomini che noi tutti “avremmo potuto amare” ma che il Racconto ha inghiottito.
È così sommessa la poesia di Berger che predilige rime sorde, come “dust/passed” o “forest/breasts/last”, come per non fare troppo rumore. Rime che mettono a dura prova il traduttore, che in questo volume compie delicate acrobazie per ricreare la stessa trama pregnante e impretenziosa.
Eppure, i versi di Berger conoscono anche l’indignazione, nella forma di una lucida constatazione dello stato del vivere che non suona retorica proprio perché muove da una voce tanto cauta e critica di ogni proprio eccesso, come mostra “Viva Voce”, che smaschera in primis le ipocrisie del poeta. Il fuoco dello sguardo di Berger è proprio quello dell’uomo sbigottito di fronte alla realtà, portatore di una sorta di meraviglia invertita, che non si dà nella gioia ma nella pena, in un dolore sordo che confina con la fame:
freddo è il dolore di credere
che il calore non tornerà più

Qui lo sguardo è preso tra constatazione dei fatti e stupore che essi siano tali. Dopotutto, dove uomini viaggiano sui carri fasulli delle illusioni e sono bambini non nati ad aprire il futuro, mentre i morti abitano luoghi che furono i loro, ma solo per i vivi, Berger ci ricorda che a farci umani è anzitutto questa trepidazione del vedere, un magma attivo o la trasparenza di una fiamma che è poi la vitalità della nostra carne: un’intensità che deforma l’esterno e ci consuma.