Dicono di Fuori posto

Dicono (bene) di noi:

Fuori posto
di Stella Sacchini
[Romanzo, pp. 262; Coazinzola Press, Mompeo (RI) 2013]

Franco Federici

Il libro

Noi siamo essenzialmente ritmo: le pulsazioni del cuore sono il primo suono che sentiamo nel grembo materno. E quel ritmo, quel battito profondo sostiene il discorso interiore che ciascuno fa a sé stesso, la voce che ci accompagna. Riconoscere il ritmo che governa l’uomo, la misura del suo esistere, è una antica massima di saggezza. Ritmo è misura. Misurare un tempo vuoto, sentirsi misurata fin nel fondo del corpo: è quel che accade alla bambina senza nome protagonista di questo romanzo. Ha nove anni, “la bambina del letto in mezzo”: mentre le altre bambine dormono, lei non può. Per definizione, «non dorme mai».

Un respiro affannoso scandisce la sua percezione del mondo ad occhi aperti. E il mondo per lei arriva a coincidere con Il Posto: un ospedale. Il luogo dove forse verrà curata la sua scoliosi: il luogo dove, come in una ortografia del corpo, si correggono le lettere, e la “S” della sua schiena potrebbe giungere a diventare finalmente una “I”. Ha uno zainetto, ha un quaderno giallo con una palma e un surfista sulla copertina, e là sopra annota le “mosse” da fare e da non fare, il complicato codice del sì e del no, secondo uno di quei rituali scaramantici che permettono ai bambini di orientarsi nella selva, di alzare una difesa preventiva nell’intricato caos del mondo.

Prima o poi ogni bambino entra in un luogo di fantasmi: e Il Posto rappresenta quel luogo separato, quel limbo in cui un bambino, staccato dal cerchio della famiglia, smette di essere bambino ma non è ancora nient’altro. È solo, in balia di prove e dolori che costituiscono un necessario passaggio. Da affrontare – forzosamente – ad occhi aperti, in una veglia continua che spia di sottecchi gli aspetti sconosciuti di una realtà spinosa: è proprio quello che fa “la bambina del letto in mezzo”, quando in un fulmineo rovesciamento di fronte, alla fine del primo capitolo, si presenta al lettore passando dalla terza alla prima persona: «La bambina del letto in mezzo, la notte, dormiva a pancia in su. Io non dormivo mai».
Nell’enclave del Posto non ci sono nomi propri, tutto è funzione di una generale legge del mondo, il grande Estraneo informe: la bambina assegna dei nomi con i trattini a medici e infermieri, si interroga sul mistero rappresentato da un ascensore (quasi un totem, una porta d’accesso alla realtà infera del piano -1 dell’edificio) o dalle onnipresenti “cartellette” ospedaliere, si districa fra i rituali che ha inventato per venire a patti con l’angoscia: non bisogna respirare quando passi davanti ai “manifesti dei morti”, altrimenti muori anche tu; non bisogna deglutire durante le visite la “quantità spropositata di saliva” che si accumula. In una situazione estrema, l’angoscia riguarda la morte, quindi, per assimilazione, il male, quasi un interrogativo metafisico: da dove viene il male? Perché ne sono colpita? Viene forse da me, partecipo io della natura del male? Il continuo rimuginio intesse una scrittura concentrica, che rimane bambina (come se l’infanzia, vista da dopo, potesse parlare sé stessa) e nell’elencare nude sensazioni crea un ritmo: un ritmo ribattuto, quello del discorso mentale che pone le domande e poi, accerchiandole, le risolve sì nella difesa del rituale ma anche nell’escogitazione di “avventure”, diversioni, vie di fuga, prima tra tutte quella che porterà la bambina a voler scendere al piano “meno uno”, là dove sa che ci sono gli “uomini ombra” che hanno fame e si fanno le punture con il cucchiaio. Come fosse una traduzione nella lingua della realtà di un modo di dire: «nutrire i propri timori». Il corpo, dentro cui si vive tutto e si gioca ogni speranza e ogni paura, è visto dall’esterno, “visto dall’altro”. Il presente in penombra del Posto, spazio carcerario dove ogni legame è transitorio, situato nella grande città anch’essa senza nome, entra però in contraddizione altalenante con le memorie di giochi tra i campi di granturco, con una vita appena trascorsa, radicata in figure calorose e familiari.

La chiave del carattere di questo romanzo è il tono: un tono (per paradosso) luminoso, di piccola bimba scanzonata che riesce a inventare nuovi ragionamenti e immaginazioni nel luogo dello squallore e della sofferenza. C’è un’energia nascosta dietro il candore di questa sua saggezza: altrove la definiremmo cattiveria. È una pazienza feroce, è un modo di vedere attivo, acuto, perspicace: una sagacia, una spietatezza che confina appunto con il candore. Un’ironia misurata, che vive non nei giudizi della protagonista ma nella scrittura stessa, nel suo andamento a spirale che si avvolge attorno all’oggetto per inchiodarlo alla fine, e rende come un’immagine concreta la coazione a ripetere che è nella malattia, e nel costante tentativo di “uscire alla luce”. A ben vedere, cosa fa la bambina se non “rinominare la realtà”, renderla sopportabile, assimilabile tramite i nuovi nomi, le formule che le permettono di imbrigliare l’angoscia di essere inerme e abbandonata a ciò che potrà succederle? È questo atteggiamento ad essere attivo nell’ossessione di contare i posti, le “mosse” da fare e da non fare per garantirsi la vita, nella mappatura incessante di oggetti e persone. In questa ricorsività risiede quell’ironia che rovescia paradossalmente l’inermità dell’infanzia, dietro la pellicola di un tono di fredda constatazione che allude al dolore; allude, non lo precipita sulla pagina con un’eruzione enfatica. E così Fuori posto entra in sintonia con il mondo ossessivo di Ágota Kristóf e di Herta Müller, ma anche con il meccanismo perfetto e congetturante della prosa di Thomas Bernhard.
Fuori posto ha l’andamento delle fiabe: là i bambini hanno bisogno di essere senza genitori: lontano da casa, muovendosi in un bosco sconosciuto e fischiettando nel buio per darsi coraggio, possono affrontare la quest, scoprire la vita e crescere. Questa favola nera è incentrata su un enigma. Alla fine, la bambina del letto in mezzo compirà la sua discesa fra le ombre e troverà una strada per giungere “a riveder le stelle”. Ma nulla accade di quanto sembrava annunciarsi in una tensione impalpabile. La sospensione rimane irrisolta. L’enigma difende sé stesso, perché probabilmente la sua natura profonda è non esistere. La bambina, uscita all’aperto, torna indietro dentro il Posto, forse perché deve continuare ad essere sola; ora, fuori, non c’è niente per lei.

…e ancora…

Impressioni su “Fuori Posto”

Che succede quando una bimbetta di quarta elementare occhioni verde muschio, zaino invicta in spalla e quadernetto giallo con le palme sempre stretto tra le mani, si trova nel Posto per trasformare la sua schiena da S a I? Succede che decide di esplorare la zona più proibita di tutto il Posto, il Meno uno, pianificando sul suo quadernetto le mosse da fare (quelle sì e quelle SÌ) e quelle da evitare per non essere scoperta dal NEMICO NUMERO UNO, la signorina con l’ombretto azzurro cielo, esperta lanciatrice di letali occhiatacce azzurro cielo.
Chi legge Fuori Posto dimentica la propria attualità anagrafica e si trova completamente immerso nel paesaggio della bimba, tornando senza alcuna fatica a quell’età in cui si era soli a esplorare il mondo (erano pochi gli adulti davvero alleati, non per loro responsabilità ma per naturale distanza di sguardo) e tutto fremeva per lasciarsi andare all’avventura, con la leggerezza conquistata dopo un duro lavoro di contenimento di inquietudini e paure. Per riuscirci la bimba usa tutto quello che ha imparato in 9 anni di vita, quando la dimensione del reale era ancora fortemente contaminata dalla magia, e l’identità aveva dei confini così sottili da farle credere di essere come Kimiko, il personaggio dei fumetti “che non ha paura di niente” e diventare ultraleggeri o quasi invisibili era la cosa più naturale del mondo, bastava solo “chiamare a raccolta tutte le energie e concentrarle nel cuore”.
È dura essere piccoli, dura ed elettrizzante, e questo romanzo ce lo ricorda in un modo eccezionale, emotivo e percettivo, attivando quelle vecchie memorie di paura e determinazione assoluta che il corpo ha sperimentato e trattenuto tanti anni fa e che ritornano, durante la lettura, facendoci tremare le gambe e sudare freddo insieme alla bambina quando è sul punto di essere scoperta, e mentre ripete “le forbici non le mollo”, abbassi lo sguardo e noti che anche le tue mani sono strette in un pugno chiuso, incandescente.
La scrittura è la chiave attraverso la quale si attiva questa vecchia memoria del corpo, un’equazione riuscita tra ripetizioni e narrazione visiva.
Le ripetizioni ci catapultano nella nostra mente infantile, parole lontane e magiche di un incantesimo, così simili ai sassi gettati in uno stagno producono anelli concentrici che si propagano all’infinito e come onde hanno il potere di scendere sul fondo di quel “mare di mais” del ricordo, smuovendo la terra che dorme sommersa d’acqua, riattivandola.
La protagonista afferra i loop ripetitivi come una domatrice di leoni; rigira tra le mani questi anelli incandescenti e dall’aria in cui sono sospesi li sposta a terra dove diventano passaggi per immergersi nelle profondità, alla ricerca della verità.
C’è tutto un mondo in questo romanzo ed è grazie alla voce di Stella, mimetizzata con le sue verticalità bambine, se ci è permesso essere condotti per mano in spazi occupati dalle riflessioni intime piene di libertà e fantasia, come quella per cui ogni persona abbia una schiena personalizzata costruita sulla propria iniziale onomastica; è solo grazie a questa scrittura fresca e autentica se riusciamo a vedere la luce che “esplode in tanti minuscoli frammenti colorati”, a ridere e a salire leggeri avvolti in un pulviscolo di polvere dorata e poi a scendere in quel Meno uno che tutti abbiamo in qualche grotta nostra interiore, abitato da un buio che ha bocche e braccia e che come rami secchi la protagonista taglia, per sempre, riuscendo ad uscire all’aperto e a respirare, finalmente.
Questa bimba trasformata, cresciuta e saggia un attimo prima che ci saluti è china sul suo quadernetto dalla copertina gialla un po’ consumata, e scrive a caratteri cubitali la conquista più grande di quest’impresa fantastica, che il dentro e il fuori sono spazi aperti e forse, “è tutto un unico ininterrotto dentro. E il fuori è solo un abbaglio.”

Ylenia Fazio