Uomini che si voltano – romanzo a racconti di Fabio Ciriachi

copertinafabioUNA SINOSSI (D’AUTORE) PER “UOMINI CHE SI VOLTANO” – Un lungo viaggio nella storia degli ultimi decenni attraverso le avventure di Diego, Harry, Silvia, il Maestro, Paola, Ivan, la regina, che furono giovani sul finire degli anni Sessanta e scelsero modi non convenzionali per affrontare una realtà che sempre più si mostrava contraria alle utopie. Sfumati i confini tra fallimento e riuscita le loro esistenze, come fossero le risultanti di forze contrapposte, incedono nella Storia declinando amore, figli, lavori improbabili dove ciò che resta della “fantasia al potere” si è trasmutato in una capacità di sopravvivenza cui non fanno difetto lati tragicomici. L’uso del registro meta-letterario e la continua alternanza dei punti di vista – per cui a volte si racconta dicendo “io”, a volte attraverso le pluralità del “narratore onnisciente” – danno alla formula del “romanzo a racconti” un carattere polifonico che trova sempre, sia nel picaresco che nel drammatico, la voce più giusta per arrivare alle orecchie e all’intelligenza emotiva del lettore.

 

http://www.eunews.it/2015/02/06/ciriachi-29797/29797

Uomini che si voltano. Fabio Ciriachi racconta gli anni lontani del cambiamento, recensione di Isabella Moroni su Art a part of cult(ure), 7 marzo 2017

Qualche parola di Maria Clelia Cardona, 18 gennaio 2017:

«Vorrei segnalare un libro che mi sembra uno dei migliori fra quelli usciti negli ultimi tempi. Si tratta di Uomini che si voltano, “romanzo a racconti” di Fabio Ciriachi (Coazinzola Press, 2014). La narrazione procede a episodi, con stacchi e riprese temporali e memoriali, ma ruota intorno a un tema che tutto collega: che ne è stato di quei giovani che hanno creduto nell’utopia del ’68 e la hanno vissuta facendo scelte difficili e rischiose rinunce? Il disgregarsi di una “comune” segna anche la fine di amori, amicizie, abitudini, e innesca il rovello del dubbio: “Eravamo diventati tutti artigiani dopo la rinuncia alle carriere e alle professioni, dopo la rottura con la continuità col passato, dopo l’autodistruzione delle alchimie rivoluzionarie. Tutti puri e in miseria, tutti attaccati al carrozzone dei mestieri per restare a galla e dire la nostra nel gran ballo dei perdenti. Ma noi eravamo perdenti dialettici, non venivamo dalla frustrazione di non avercela fatta secondo le regole del gioco dominante (quel tipo di vittoria, lo sapevamo, era sconfitta bella e buona): noi eravamo perdenti consapevoli e concordi, e in quanto tali … ci potevamo addirittura considerare, se non proprio vincenti, almeno riusciti.” Non si pensi però a un taglio sociologico: Ciriachi scava con profondità di riflessioni e con una scrittura colta, di rara eleganza e precisione, fra le pieghe di passioni e stati d’animo, sotto la trama delle evidenze, alla ricerca di un senso che renda accettabile la sconfitta e la fine. Lo aiuterà Montaigne: “si perde anche se si ha ragione”.»